Elogio dell’insuccesso
Case editrici, concorsi, romanzi rifiutati. Forse il fallimento non dice sempre ciò che crediamo. Siamo abituati a considerare l'insuccesso come una fine. E se invece fosse solo l'inizio del percorso?
Oggi vorrei parlare di un aspetto che, nel mondo della scrittura, viene quasi sempre trattata in modo negativo. L’insuccesso. Il rifiuto. La porta che non si apre. Il concorso che non passi. La casa editrice che dice no. Il romanzo che sembrava destinato a qualcosa di grande e invece, a un certo punto, si ferma.
Eppure credo che proprio lì, in quel punto che fa male, ci sia una delle informazioni più importanti per chi vuole davvero scrivere. Non sempre un fallimento è la prova che non vali. A volte è solo il modo brutale con cui la vita ti sta dicendo che devi guardare meglio la strada che hai preso.
Nel mondo editoriale esistono tante forme di insuccesso, alcune sono evidenti, altre sono più sottili. Inutile nasconderci dietro un dito.
C’è lo scrittore che esordisce nella grande editoria, magari dopo aver vinto un premio importante, e per un momento sembra davvero che tutto stia per iniziare. Il nome su una copertina importante, la distribuzione nazionale, le librerie. La sensazione, legittima, di essere entrato finalmente nel posto giusto.
Poi però il libro non vende abbastanza, o non convince abbastanza, o non crea quel percorso che l’editore sperava. La stessa grande editoria che prima ti aveva accolto, dopo un po’ smette di cercarti, non sempre in modo esplicito. E tu rimani lì, con un esordio importante alle spalle e la sensazione stranissima di aver già avuto la tua occasione. Anzi, peggio: di averla sprecata.
Poi c’è un altro tipo di insuccesso, quello più silenzioso.
Uno scrittore lavora a un romanzo per anni, lo revisiona, lo affida a un’agenzia. Il testo viene rappresentato, proposto, accompagnato. Per mesi, a volte per anni. Arrivano letture, risposte, attese, silenzi, promesse prudenti, e poi arrivano i no. Uno dopo l’altro. No, perché il mercato non è quello giusto. No, perché il romanzo è bello ma non abbastanza posizionabile. No, perché manca qualcosa. No, perché l’editore ha già un titolo simile nel catalogo. No, perché il testo non apre una traiettoria commerciale sufficientemente chiara.
E a quel punto, se sei umano, ti viene voglia di pensare che quei “no” stiano dicendo qualcosa su di te, che tu non sia abbastanza bravo, che tu abbia sbagliato tutto, che forse non dovevi nemmeno provarci.
Ed è proprio questo il momento in cui è fondamentale fermarsi, perché un rifiuto editoriale non è sempre una sentenza, a volte è una diagnosi e non della tua persona; del romanzo.
Questa differenza è enorme. Un no può dirti che l’idea non è ancora abbastanza forte, che il genere non è chiaro, che il protagonista non regge, che il romanzo ha valore, ma non ha ancora trovato la sua forma migliore.
Oppure può dirti una cosa ancora più scomoda: che quel testo non è il libro con cui entrerai nel mercato, non perché sia inutile, ma perché forse era il libro che dovevi scrivere per arrivare al successivo.
E poi c’è un terzo insuccesso, quello che sembra più piccolo, ma brucia lo stesso.
Ti iscrivi a un concorso, magari al Torneo IoScrittore.
Compili tutto. Invii. Aspetti. Ti racconti di non avere aspettative, ma in realtà ce le hai.
Perché quando affidiamo una storia a qualcuno, anche se facciamo finta di niente, una parte di noi spera sempre di essere vista.
Mesi dopo arriva il risultato e non sei passato nemmeno alla prima fase. E lì il pensiero è immediato: allora non valeva niente.
Ma ne siamo sicuri? Siamo sicuri che un’esclusione significhi davvero questo? Io non credo.
Credo invece che il problema sia il modo in cui siamo stati educati a pensare al fallimento, come se fosse una stanza buia in cui buttare tutto ciò che non ha funzionato.
Apri il cassetto, ci infili dentro il concorso non superato, la casa editrice che ha detto no, il romanzo che non è arrivato dove speravi. Chiudi, giri la chiave e cerchi di dimenticare.
Ma così perdi la parte più importante, perdi l’informazione, perché ogni insuccesso contiene un dato.
Non sempre chiaro. Non sempre immediato. Non sempre piacevole. Ma un dato c’è.
Magari ti dice che devi studiare di più, che il romanzo non ha ancora un vero conflitto, che stai scrivendo un genere che non conosci abbastanza.
Magari ti dice che hai una voce, ma non hai ancora una struttura, o ti dice che stai inseguendo la strada sbagliata.
E questa è forse la cosa più difficile da accettare.
A volte il problema non è essere sbagliati, ma aver scelto il terreno sbagliato su cui misurarci.
Se chiedi a un pesce di arrampicarsi su un albero, penserà di essere incapace per tutta la vita. Ovviamente questa riflessione non è mia, l’ha fatta qualcuno di ben più intelligente di me anni fa.
Il problema ovviamente non è il pesce, ma la prova.
Nella scrittura succede continuamente. Ci ostiniamo a voler pubblicare un certo romanzo, in un certo modo, con un certo tipo di editore, dentro una certa idea di successo. E magari la vita, attraverso un rifiuto, ci sta dicendo: guarda meglio.
Forse la tua forza è altrove.
Forse questo romanzo non è ancora pronto.
Forse non è questo il libro.
Forse non è questa la porta.
Forse non devi smettere, devi cambiare direzione.
Io credo che l’insuccesso diventi davvero pericoloso solo quando lo trasformiamo in identità.
“Ho fallito” è una cosa.
“Sono un fallimento” è un’altra.
La prima può aiutarti a crescere, la seconda ti paralizza.
Chi scrive deve imparare a restare mobile, a non rompersi davanti a un no, a non innamorarsi troppo della propria delusione, a chiedersi, con tutta l’onestà possibile: che cosa mi sta insegnando questa esperienza?
Che cosa posso imparare? Cosa devo migliorare? Cosa devo lasciar andare?
Perché forse l’insuccesso non è sempre una caduta.
A volte è una deviazione.
A volte è una selezione.
A volte è un allenamento.
A volte è solo una tappa necessaria, una di quelle esperienze che non avresti scelto, ma che ti servivano per diventare più lucido, più forte, più consapevole.
Non sto dicendo che non faccia male. Un no editoriale può ferire moltissimo. Un concorso non superato può spegnere l’entusiasmo. Un romanzo rifiutato dopo anni di lavoro può sembrare una perdita enorme.
Senza andare a scomodare i no editoriali ricevuti da Harry Potter prima che diventasse il successo planetario che tutti conosciamo, il punto è cosa fai dopo, perché alla fine la carriera di uno scrittore si costruisce sul modo in cui attraversa i no.
E allora forse oggi, proprio oggi che alcuni di voi hanno ricevuto la notizia di non aver passato la selezione di IoScrittore, possiamo provare a guardare l’insuccesso in modo diverso, non come una prova definitiva del nostro valore, ma come una domanda.
Una domanda scomoda, ovviamente, ma anche generosa nell’opportunità che potrebbe svelare: se questa strada non si è aperta, dove mi sta chiedendo di guardare la vita? E soprattutto, che scrittore posso diventare a partire da questo no?
Fammi sapere nei commenti cosa ne pensi, basta anche un “non condivido il tuo pensiero”.
A sabato prossimo,
Stefania
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Ultima puntata del podcast Nutrimento, in cui racconto i romanzi più belli che ho letto negli ultimi mesi
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Io mi sono commossa dopo aver letto queste parole. Bisogna sempre ripeterlo....ho fallito non "sono un fallimento"....grazie ♡♡♡♡
Grazie Stefania!
Pensa che uno dei personaggi del mio romanzo è un conte scontato che insegna la nobile arte della ‘Perdenza’.
«Il fallimento è l’unica azione umana veramente democratica: prima o poi tocca a tutti. Per questo i miei corsi sono piuttosto popolari, specie tra i politici. La Perdenza è l’arte di usare gli insuccessi come una scaletta per guardare oltre.»